sabato, Giugno 15

Draghi snobba inflazione, Trump e Brexit

Liquidiamo in fretta il commento su quel che hanno fatto le borse ieri, dato che assomiglia a ciò che abbiamo visto nei giorni precedenti. L’attesa per l’insediamento di Trump ha ancora ingessato i mercati in laterale e costretto gli indici ad oscillazioni abbastanza contenute e chiusure quasi dappertutto assai moderatamente negative. La nostra borsa ha fatto eccezione in positivo, con una baldanza che ha portato il Ftse-Mib ad essere l’unico indice in rialzo della giornata, grazie al tono piuttosto allegro del settore bancario.
L’attenzione oggi va data a Draghi, dato che ieri è stato il giorno della BCE e le sue parole in conferenza stampa hanno seguito di un solo giorno quelle della signora Yellen, a nome della FED.
L’accostamento dei due discorsi ci consente di osservare quanto siano distanti le visioni del futuro tra le due banche centrali ai lati dell’Atlantico.
Una sola cosa le accomuna. Il vezzo di prendersi il merito dei risultati positivi che presenta l’economia.
In modo più contenuto la Yellen, che comunque può vantare risultati dell’economia americana oggettivamente migliori in termini di inflazione raggiunta, occupazione e crescita del PIL, rispetto alle analoghe variabili registrate in Eurozona. Draghi invece, nonostante risultati assai più modesti e disomogenei, si è mostrato molto più presuntuoso (noi piemontesi diciamo “blagoeur”), vantando meriti assai discutibili, come quello di aver difeso l’Eurozona dalla deflazione. Probabilmente pensa che ci siamo dimenticati delle sue parole di poco meno di un anno fa, quando, per giustificare il potenziamento del QE, fece previsioni di deflazione che mai si realizzarono. Son capaci tutti a gridare “al lupo“ che non c’è, per poi prendersi il merito che il lupo non sia arrivato.
Ma, al di là della sgradevole “blaga” di Draghi, colpisce il diverso approccio dei due banchieri nei confronti dell’inflazione e dell’era Trump, che si aprirà oggi.
La Yellen sembra aver cambiato tono rispetto all’autunno, quando il fenomeno Trump era una minaccia a cui nessuno credeva. Pur confermando che la scelta della FED è quella di procedere moderatamente al rialzo dei tassi, è sembrata non escludere che i rialzi del 2017 siano più dei 2 finora ipotizzati, anche perché l’inflazione core (2,2% in Dicembre) ha ormai di poco superato il target prefissato dalla FED come ottimale (2% annuo). Evidentemente le politiche di Trump, sebbene solo malamente annunciate finora, qualche preoccupazione sulle aspettative di inflazione la stano fornendo e potrebbero consigliare politiche monetarie più restrittive. Yellen sta avvisando i mercati e pare pronta ad inasprire la sua risposta in caso di bisogno.
Draghi invece continua a chiudere gli occhi ed insistere che in Europa l’obiettivo inflazionistico è ancora lontano. Il fatto che in dicembre il tasso di inflazione sia quasi raddoppiato (da 0,6% a 1,1%, con la Germania a 1,7%) non è rilevante, poiché a suo parere dipende solo da fattori transitori, come l’aumento del prezzo del petrolio. Anzi, ha chiaramente affermato che non si scomporrà neppure se l’inflazione dovesse superare l’obiettivo del 2%, poiché quel che la BCE deve guardare è la tendenza nel medio lungo periodo (5-10 anni) e solo quando le aspettative legate a questo orizzonte arriveranno vicine al 2% si potrà affermare di aver raggiunto l’obiettivo. Poi, con sorprendente stoccata polemica e provocatoria verso i falchi tedeschi, ha puntualizzato che l’inflazione da osservare non è quella di un singolo paese ma dell’Eurozona nel suo complesso. Ha poi affermato che l’impatto di Trump per ora  non può ancora essere preso in considerazione, e nemmeno quello della Brexit. Su questo ultimo punto ricordo che invece fu molto esplicito e catastrofico a giugno, quando evocò disastri che non ci furono, pur di intromettersi nelle scelte dell’elettorato inglese e favorire la vittoria mancata del Remain.
Sbagliò in primavera sulla deflazione. Sbagliò a giugno sulla Brexit. Che certezza possiamo avere che non sbagli anche ora, snobbando l’inflazione, la Brexit e Trump pur di continuare ad abbeverare il mercato obbligazionario per schiacciarne i rendimenti?
Me lo chiedo perché, se succedesse, secondo le regole che la BCE si è data per valutare la situazione, così puntigliosamente scandite ieri da Draghi, la BCE prenderebbe atto dell’inflazione con enorme ritardo, chiudendo la pompa monetaria ad alluvione avvenuta e rischiando di dover poi intervenire in modo pesantissimo per non averlo fatto con tempismo. Gli effetti recessivi di una rapida restrizione monetaria potrebbero essere devastanti. Gli costerebbero il posto, ma sarebbe una magra consolazione. Una impennata dei tassi di interesse per i paesi europei più stabili sarebbe un danno, ma per il nostro paese, col debito pubblico al 133% del PIL e l’incapacità di crescere anche con i tassi azzerati, sarebbe una tragedia.
Speriamo solo che stavolta ci azzecchi.
Pierluigi Gerbino www.borsaprof.it